Come restaurare una sedia Thonet (e non solo) | Legno Curvato
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Come restaurare una sedia Thonet (e non solo)

Come restaurare una sedia Thonet (e non solo)

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Sverniciatura, carteggio, falegnameria, stuccatura, lucidatura et voilà, il restauro è fatto. Tutto qui? Certamente no.

Per un restauro perfetto occorre sicuramente la mano e l’esperienza di un bravo artigiano-esecutore che padroneggi l’arte antica del restauro e la conoscenza di strumenti e materia.

Ma non è ancora abbastanza. Manca un passaggio obbligato.

Che si chiama, idea.

Chi ben inizia

Parlando di oggetti di design che ci accompagnano ormai abbondantemente da oltre un secolo, e dopo aver visto migliaia di pezzi Thonet più o meno restaurati,ho consolidato una certa esperienza, fatta di successi e di insuccessi da cui ho imparato moltissimo.

A quanti è capitato di imbattersi in un oggetto in legno curvato, trovato in qualche casa di famiglia, un pò sofferto dal tempo e di essere presi dal sacro fuoco di fargli ritrovare l’antico lustro? Sicuramente a molti di voi. Così come è capitato anche a me.

Ma qual è il modo giusto di cominciare? Ecco, questa è una domanda tutt’altro che scontata.
E per esservi utile in questa decisione, ho pensato di darvi alcuni spunti di riflessione concentrando l’attenzione su ciò che deve stare a monte dell’intervento. Sull’idea, cioè,che ciascuno di noi ha in mente relativamente al tipo di risultato a cui vuole arrivare.

La visione strategica come necessità

Il restauro non è mero intervento tecnico. È prima di tutto studio, osservazione, individuazione di un obiettivo e strategia per raggiungerlo.

Tavolo Thonet

Lo studio

Lo studio è la fase di formazione che chiunque abbia il piacere di approcciarsi ad un restauro Thonet, deve affrontare. L’obiettivo è cogliere le nozioni fondamentali (ma anche quelle accessorie) relativamente alla storia di quell’oggetto, al contesto culturale in cui è nato, alle tecniche e al gusto del tempo che lo ha concepito.

Questo concetto mi è stato subito chiaro sin dai tempi dell’università. A Venezia, frequentando i corsi di storia e di restauro presso la facoltà di architettura, cominciavo a capire quanto importante fossero le conoscenze storiche, artistiche e filosofiche per comprendere gli oggetti che il passato ci consegnava e come queste debbano guidare le scelte tecniche di un necessario intervento.

Ho iniziato così a leggere, anzi, a studiare i vari testi italiani ed europei sul mobile Thonet (ottimi per partire quelli di Giovanni Renzi e di Paolo Portoghesi) imparando quasi a memoria i cataloghi dell’epoca, cercando più informazioni possibili sul gusto e le tendenze dell’epoca.

L’osservazione

Scordo-restauro-sediaL’osservazione è il passo successivo. È la capacità che si affina con l’esperienza di interrogare l’oggetto da restaurare relativamente alle sue problematiche e alle loro possibili cause.

Molte volte mi trovo a parlare con una sedia, a toccarla, a scuoterla ad annusarla per capire quanto sia lì da sempre e quanto sia successo dopo nel bene e nel male.

Gli oggetti parlano, occorre solo saperli ascoltare.

L’individuazione dell’obiettivo

L’ultima fase è l’individuazione della strategia e dunque dell’obiettivo finale che, forti di studio e osservazione, vogliamo raggiungere.

Scuole di pensiero in Europa

A questo punto abbiamo ben chiaro il disegno finale, lo scenario di riferimento e il punto di arrivo. Ma non è finita qui perché, prima di iniziare il restauro vero e proprio, si pongono altre scelte fondamentali.
Non esiste infatti un’unica modalità di esecuzione bensì diverse alternative frutto anche di differenti scuole di pensiero e di una certa cultura nazionale.

Dettaglio Thonet tavolo da restaurareNella mia esperienza di mercante e di collezionista, ho potuto notare come ad esempio in molti paesi europei ci sia la tendenza a scegliere il tipo di restauro senza passare per l’osservazione, agendo cioè meccanicamente, seguendo sempre le stesse fasi come una procedura obbligata.

Ecco il restauro all’austriaca dove il risultato sono delle sedie spesso bionde, lucidissime e dove più nessun segno del passato rimane a testimoniare la storia dell’oggetto.

Oppure, all’opposto, quello di molti collezionisti tedeschi che definirei “museale”, dove non si tocca nulla a tal punto che molti accidenti del tempo arrivano a compromettere la lettura del pezzo.

O quello dei francesi dove la sedia, abbassata capitozzandola a 43 cm perché all’epoca quella era la misura delle loro sedie, pare avere necessità sempre solo di una abbondante spalmata di cera grassa.

Emblematici a tal proposito gli stand di alcuni venditori dove tutto è biondo e lucidissimo a prescindere dal colore di partenza o marrone e condito di cera come se parlassimo di mobili rustici.

Dove all’osservazione e alle scelte si sostituiscono spesso logiche legate alle richieste di gusto del proprio mercato o di risparmio sui costi degli interventi.

Ad ogni pezzo il suo restauro

Nessuna di queste soluzioni è di per sé sbagliata, ciò che è profondamente sbagliato è avere sempre la stessa soluzione per ciascun caso. Ci sono casi in cui ha senso togliere molto, altri in cui bisogna lasciare tutto. Insomma, ad ogni pezzo in stile Thonet (ma non solo) il suo restauro.

Prima di partire dunque passate un po’ di tempo a guardarlo, lasciatelo raccontare, sedetevi sopra e ascoltatene i cigolii, scuotetelo, accarezzatelo e se siete pronti vi dirà cosa fare.

Se avete le competenze tecniche per farlo cominciate altrimenti raccontate il vostro progetto a qualche bravo artigiano o studioso della materia e fatevi consigliare.
Sarete all’inizio di un viaggio entusiasmante attraverso al storia del design che vi renderà più felici e alla fine del quale troverete tanta soddisfazione ed una marcia in più.

E voi siete mai incappati in un restauro di un oggetto in stile Thonet? Se sì, raccontatecelo nei commenti.


Architetto prestato all’antiquariato, ho iniziato con una Thonet 17, poi ho cominciato a studiare il legno curvato e non ho più smesso. Ho tenuto conferenze, curato mostre, collaborato a riviste e libri con Giovanni Renzi quali Thonet 14 e Liberty, natura e materia. Collezionista e appassionato di restauro, ho uno studio-esposizione in Torreglia (PD) con un’ampia raccolta di oggetti a cavallo tra l’800 e il 900.

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  1. Gianni

    15 marzo

    Penso anch’io sia importante appoggiarsi a un buon professionista -che abbia studiato il lato “artistico”, che conosca il legno e gli strumenti dal punto di vista tecnico, che abbia fatto tanta esperienza- e con lui condividere le scelte di restauro. Certo se ci sono degli strappi non c’è da scegliere, si incolla e basta (e lui sa come fare), lo stesso se una parte sollecitata non ce la fa più deve essere sostituita (idem). Però sul modo di “finire” le opzioni non mancano. Io sono per levare lo sporco (la patina?) che con i decenni ha preso piede e anche qualcosa di più se si presenta scrostato e malmesso. Non amo le impagliature appena rifatte e subito imbrattate; per farle diventare più belle ci vuole il tempo. E poi i riccioli: tanti sono fermati nella struttura, altri, forse i più belli, sono liberi e alcuni ne hanno approfittato per muoversi. Se non sono proprio malamente deformati, visto poi che non ci si può fare quasi nulla, sono da tenersi così e da considerali una caratteristica del pezzo. Ugualmente le gambe delle sedie: è ben difficile trovarne una che dopo un secolo le abbia che vanno proprio tutte d’accordo, anche questo però dà sapore al pezzo.
    Per il restauratore, penso di avere incontrato quello buono; nella sua bottega oltre ai libri di letteratura, di storia, di filosofia, di politica (è uno dei pochi anarchici rimasti, e ci tiene) vi è un buon metro di libri sul legno, sui mobili: ho incominciato a “studiare” sul Portoghesi che mi ha imprestato, poi sono stato io a fornirgliene degli altri. Ultimamente avevamo da ripristinare un pezzo bellissimo: la fioriera Thonet n°3, a tre gambe. Era piuttosto giù, ma la prognosi era buona. La sua esperienza? dopo averlo smontato: “Vedi questa croce che sostiene il catino? non te lo so spiegare, ma pur essendo dello stesso legno delle altre parti, è stata rifatta; e il fondo del catino, di tavole di abete, molto mal messo per l’acqua che c’è arrivata, alla prima occhiata sembrava successivo tanto che si pensava di farlo nuovo, è invece il suo originale; io direi di pulirla per bene, una carteggiatina, la buccia è mal messa e occorre sverniciare, un po’ di colla dove serve, gommalacca, cera e ci siamo”. Neanche a dirlo è venuta benissimo.

    • Alessandro Scordo

      17 marzo

      Grazie Gianni per aver condiviso con noi il tuo entusiasmo per il restauro della fioriera, sicuramente un pezzo molto bello.
      Mi fa piacere tu abbia trovato il tuo restauratore di riferimento con il quale sicuramente potrai condividere la soddisfazione di altri restauri.
      Per quel che riguarda il vostro lavoro da quel che capisco dal post avete sicuramente fatto un lavoro corretto o quantomeno che condivido, l’unica cosa non confondiamo lo sporco con la patina (ma il tuo punto interrogativo evidenziava già il dubbio da parte tua). Non sono la stessa cosa e la patina non si rimuove sverniciando ma avremo modo di parlarne più avanti in qualche mio post specifico.
      Grazie ancora e buon lavoro

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