Il dondolo n. 269 | Legno Curvato

Il dondolo n. 269

Dondolo n. 267 Società Anonima Antonio Volpe

Vorrei sentirmi “granel d’orzo”, che si esprime in pieno divenire. Qual è il senso di tali parole? Noi vibriamo, come le foglie dell’albero, alla più leggera brezza accusiamo ogni scossa. Cosa vuole l’uomo, quale è la felicità che vuole raggiungere, quale la ultima meta dei suoi sogni? Illimitate sono le possibilità di evoluzione. Più limpida diventa questa visione, meglio sapremo organizzare la nostra vita. (Max Fabiani)


Una delle produzioni più suggestive della Società Antonio Volpe è sicuramente il dondolo n. 269. Un capolavoro di tecnica e di leggerezza estetica che tocca uno dei punti più alti nella sintesi tra bellezza e mestiere nel piegare il legno.

Protagonista della copertina del catalogo della società di Udine del 1922, il dondolo è utilizzato anche nei depliant commerciali dell’esclusivista per il Nord Italia degli anni Trenta, tale Giuseppe De Vivo, con magazzini a Milano. Un suo dettaglio è disegnato anche sulla copertina del catalogo del 1936.

Quasi contemporaneo del dondolo n. 267, anch’esso è estremamente originale così come è altrettanto impossibile trovare una produzione simile nei cataloghi delle due grandi società austriache, le viennesi Gebrüder Thonet e la Jacob & Josef Kohn.

 

Cataloghi Volpe

Le copertine dei cataloghi della Società Anonima Antonio Volpe – 1922 (sin), 1936 (dx)

Linea curva in purezza

Il dondolo è presentato a Udine nel 1921, alla Mostra di Emulazione degli Operai a Udine. Lo espone la Società Anonima Antonio Volpe, nella sua nuova ragione sociale acquisita nel 1908, a seguito dell’acquisizione della nuova forma giuridica.

È costruito con aste di faggio a sezioni rettangolari, sul lato maggiore stondate. I due pattini sono aste lunghe 5 metri e 60 centimetri e nei primi modelli vengono costruite in un unico pezzo.

Nei primi anni vengono unite non solo dal sedile e dallo schienale ma anche da una barra, anch’essa stondata, su cui si possono appoggiare i piedi.

Nei modelli meno recenti, le aste diventano due, con la seconda posizionata posteriormente ai due pattini, anche per rendere più solida la costruzione del dondolo.

Unico richiamo ai modelli classici la piegatura del ricciolo alla fine delle volute ad altezza testa.

Maestria perduta per sempre?

L’elemento visivo, ma anche strutturale, che più colpisce in questo magnifico oggetto è proprio la lunghezza delle aste. Si vede benissimo nella foto in copertina. Un’unica linea curva che sembra non finire mai.

Questo elemento ci racconta della maestria e capacità nel piegare il legno che gli artigiani di Udine raggiungono agli inizi del ‘900.

Il legno curvato ha le sue origini a Vienna e la perfezione nella tecnica della piegatura raggiunta nel 1861 è rimasta ad oggi insuperata. Ma è proprio in Italia che questa capacità trova verosimilmente la sua massima espressione manuale.

A Udine poi in quegli anni si crea una sorta di magia intorno alle arti e mestieri. Un art & craft che raggiunge picchi di eccellenza in vari settori e che contamina quelle produzioni che, pur artigianali nell’anima, vengono fabbricate in serie.

Oggi riprodurre una linea curva di più di 5 metri senza soluzione di continuità è pressoché impossibile.

È anche un tema di materia prima. La Società Antonio Volpe lo sa bene e infatti si approvvigiona dall’Austria, dove si trova il faggio migliore, quello rosso.

La qualità della materia prima nella lavorazione del legno curvato è presupposto fondamentale per una resa di alto livello, che non obblighi a spezzare la linea curva in più parti.

Le aziende che oggi piegano ancora il legno ci dicono che quel livello di materia prima non esiste più. Sta di fatto che l’unicità di un dondolo n. 269 antico è ancora più vera per la sua irripetibilità, oltre al fatto che non viene più prodotto, in ogni caso nelle sue caratteristiche costruttive originali.

 

Volpe Dondolo n. 269

Dettagli del dondolo n. 269 della Società Anonima Antonio Volpe da Udine

Attribuito a Max Fabiani

Anche per questo modello valgono le considerazioni effettuate sul modello n.267 che porterebbero a una attribuzione a Max Fabiani.

Allievo prediletto di Otto Wagner, portato ad esempio come il più austriaco degli architetti, nel 1919 Max Fabiani rimane praticamente disoccupato con la chiusura del Wiederaufbau.

Non solo, ma proprio nel 1919 si conclude la brillante carriera viennese dell’architetto italiano con la rinuncia all’insegnamento e alla cattedra, in quanto egli si sente “moralmente obbligato di portare a termine l’opera iniziata a Gorizia” nel 1917. La ricostruzione dell’architettura e degli insediamenti devastati dagli eventi della Grande Guerra.

Un nuovo contatto con la società friulana prima della morte di Giovan Battista Volpe è quindi facilmente ipotizzabile, con la creazione di alcuni prodotti per il nuovo catalogo. Non solo dondoli ma anche la culla e una serie di attaccapanni.

Fabiani rimane impressionato dallo sconvolgimento della guerra nella zona di Udine e di Gorizia. Ritiene però che la guerra possa indurre a ripartire con un livello abitativo più alto rispetto a quello esistente ancora in Italia, soprattutto dal punto di vista igienico.

Nel suo libro “Acma, l’anima del mondo” sostiene che l’arredamento segni il livello raggiunto di un popolo. Ecco perché è così importante alzare la qualità di quanto prodotto industrialmente nel paese.

Una produzione longeva

Il dondolo n. 269 rimane in produzione per quasi vent’anni ed è ancora il protagonista dell’ultimo catalogo della Volpe, prima della sua definitiva chiusura. Le due volute posteriori vengono disegnate infatti per l’ultima copertina del 1936.

L’anno successivo questo modello viene prodotto dalla Sautto e Liberale di Napoli, che introduce anche il modello per bambini.

Per quello mi riguarda, è ancora oggi il dondolo in legno curvato più bello che sia mai stato prodotto, perfetta espressione di quei valori di democrazia dei consumi di un’epoca che vuole la bellezza nelle case di tutti.

Un fascino antico eppure così attuale da sembrare eterno. Impossibile non rimanerne affascinati per sempre. E voi, cosa ne pensate? Vi aspettiamo nei commenti.


Ho comprato la mia prima sedia Thonet a vent’anni e oggi sono uno dei massimi esperti al mondo di legno curvato, lo stile viennese nell’arredo. Nato architetto, mi occupo di consulenza e formazione sulla storia Thonet, di expertise e curatele per vari musei europei. Sono autore di vari libri sul legno curvato, l'ultimo sulla Società Antonio Volpe, ma anche liberty e art deco. La ricerca storica è la mia grande passione.

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