Un'occasione persa? - Legno Curvato
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Un’occasione persa?

Un’occasione persa?

La mia risposta è sì.

Persissima direi, senza ombra di dubbio.

Anzi, due ma una è decisamente peggio dell’altra.

Ho messo il punto di domanda nel titolo per lasciare spazio a un contraddittorio e non sembrare troppo tranchant.

Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti e, come esperto appassionato dell’argomento da una vita, non potevo esimermi dal parlarne.

Il tema sono gli arredi in legno curvato a vapore. I casi del contendere sono due scritti dedicati a Thonet appena pubblicati:

l’articolo di Jasper Morrison scritto a quattro mani con Francesca Picchi sul numero di Febbraio di Domus dal titolo “Appunti di design” e il catalogo della Mostra iniziata il 18 dicembre al MAK di Vienna dal titolo “Thonet and beyond”.

Detto che è sempre importante che se ne parli, e io sono qui anche per questo, poi però entrano in gioco le aspettative.

Alla fine le delusioni più grandi sono proprio legate alle prospettive che un contesto genera in noi. E l’occasione di essere pubblicati da una rivista prestigiosa come Domus e di una mostra al mitico MAK di Vienna di aspettative alte ne generano per definizione.

Ma poi ci sono i fatti e su questo non si discute.

 

Thonet-14-chair

Appunti di design, Domus N.1043 feb. 2020

Partiamo con l’articolo su Domus a cui ho collaborato peraltro, fornendo libri e informazioni agli autori.

L’articolo è incentrato sul modello di sedia n. 14. Visto la fama e il curriculum di Jasper Morrison mi aspettavo una sua visione del modello 14, dal punto di vista del designer di eccellenza quale lui è per certo.

Immaginavo che trattasse dell’approccio alla tecnica del legno curvato a vapore dal punto di vista di un protagonista indiscusso del nostro tempo.

O che ci desse la sua interpretazione di come un arredo iconico di oltre 170 anni di età possa essere valorizzato in una soluzione abitativa di gusto contemporaneo, valorizzandola a sua volta.

Oppure che approfondisse le (oggettive) difficoltà del lavorare per una azienda di successo che ha un suo linguaggio proprio, definito e non modificabile, rimanendo fedele alla propria cifra stilistica e unicità.

Cosa ci racconta l’articolo

Invece l’articolo riporta la arcinota storia della n. 14 (diciamo che repetita iuvant), con un’ampia disquisizione sull’ipotesi che Peter Hubert Desvignes possa aver contribuito o meno alla realizzazione di questo modello o che sia stata realizzata prima la n. 4 che non la n. 1.

Aspetti che mi lasciano perplesso sulla coerenza e sul fil rouge del discorso.

Ancora più perplesso mi lascia poi tutta la parte sulla domanda di come mai la casa reale di Hannover abbia scelto o richiesto una sedia meno raffinata della n. 8, una presunta proto-n. 14 scoperta di recente a un’asta di beni appartenuti alla casa reale.

Thonet-chair-model-14

Ma cosa importa ai lettori di Domus se realmente questo modello in legno lamellare sia stato disegnato per la casa reale di Hannover oppure acquistato posteriormente per i loro domestici?

O che per qualche motivo in questi 160 anni quella sedia sia stata utilizzata in quella residenza? Qual è il valore di questo contenuto?

Nessuno, almeno per me.

Un’interpretazione mal posta

A un certo punto dell’articolo l’autore sostiene che la sedia n. 214 della tedesca THONET G.m.b.H. sia una nuova versione della sedia Thonet n. 14.

Sicuramente è un modello che si ispira ad essa ma non centra niente con l’originale proprio perché ne falsa una delle basi stesse della sedia: il sedile rotondo.

Perché se commettessimo l’errore di ritenerla una versione della 14, allora dovremmo dire che anche la sedia Thonet n. 8 è una versione della n.14 così come tutte le n.14 in ferro, in plastica e in altri materiali che si sono commercializzate in questi 170 anni.

Invece il sedile rotondo è stato proprio uno dei tratti distintivi del modello originale che ne hanno determinato le sorti, facendola diventare l’archetipo della sedia di design.

Una scelta che non deriva da un mero desiderio stilistico ma da un motivo squisitamente imprenditoriale, come spieghiamo bene in questo post.

Insomma dai, questo proprio no.  Un peccato sicuramente di intento e ingenuità che come storico colgo forse eccessivamente.

Almeno l’articolo è bello visivamente per grafica e impaginazione e piacevole nella lettura. Cosa che non si può dire del catalogo edito per la mostra del MAK dove la mia delusione ha toccato il fondo.

 

Thonet-MAK-Wien

Catalogo Bentwood and beyond, MAK

Io non sono un giornalista né ho mai scritto articoli su una rivista ma di cataloghi di mostre ne ho curati molti. E qui davvero non mi capacito.

Il catalogo è veramente brutto, con un accostamento di colori (viola e giallo) che può far felici solo i tifosi dei Los Angeles Lakers. Per non parlare dei colori interni, delle foto con ombre tagliate, tutte diverse senza un lavoro di correzione unitario.

Peraltro presenti in altre pubblicazioni più o meno recenti, quindi nessun guizzo di novità nemmeno qui.

Ma noi siamo italiani, il gusto estetico e la bellezza l’abbiamo nel DNA e su questo rischiamo di essere terribilmente snob e pure spietati. Ma poi arrivano i contenuti e su questo non c’è DNA che tenga.

200 anni di Thonet (mancati)

La mostra pensata per i 200 anni dall’inizio del lavoro di Michael Thonet poteva essere un momento importante per affrontare il complesso fenomeno Thonet in maniera interdisciplinare.

Gli austriaci ci hanno insegnato questo fin dai primi anni del ‘900 quando Vienna caput mundi di questo approccio aveva fatto la propria bandiera, esempio e ispirazione per tutti.

Invece nulla di tutti ciò.

Un approccio vecchio, datato, che ancora ci racconta la storia di Thonet come una semplice storia di affinamento del processo di piegatura, senza approfondire la visione di impresa di eccellenza che è il motivo del successo planetario di questo linguaggio d’arredo.

Bastava leggere alcune relazioni di concorrenti della seconda metà dell’800 come quello della Società Economica di Chiavari o della stessa Jacob & Josef Kohn per l’esposizione di Filadelfia del 1876.

Thonet-rocking-chair-model-1

Errori e contraddizioni esemplari

Un catalogo poi pieno di errori di contraddizioni, di mancanze gravi. Non c’è una foto del dondolo n. 1 nella prima versione, ad esempio. C’è confusione di oggetti e di scritti che sembrano seguire le foto degli oggetti disponibili in collezione, più che dare un senso storico o di racconto.

Basti pensare alla pagina di “Mobili Moderni” del 1903-1904 sui cataloghi Thonet. Alcuni modelli vengono presentati a pagina 216 e 217 e associati all’uso di Josef Frank dimenticando lo stesso che ne fece Adolf Loos.

A pagina 263 altri due modelli, il n.1010 e il n.1011, vengono messi in relazione a una poltrona del 1993 senza ricordare la loro presenza in quella pagina dei primi mobili moderni che da anni viene chiamata dai collezionisti la “pagina di Loos”.

E poi qual è il senso ultimo della mostra? È la storia di Michael Thonet? Non sembra. Forse della Gebrüder Thonet? No. Allora è la storia del “mobile Thonet”, cioè di uno stile che dalle idee di Micheal Thonet e dei suoi figli ha invaso il mondo? Nemmeno.

Ma qual è dunque? Io non l’ho proprio capito con tutto che ci ho provato davvero, mentre quella che mi è arrivata forte è la delusione.

Ho collaborato con la Gebrüder Thonet Vienna (GTV) per alcune schede di oggetti dati in prestito alla mostra ma mai più avrei pensato a un siffatto risultato finale. E nemmeno loro, ne sono certo, conoscendo la loro passione, preparazione e attenzione alla comunicazione.

 

Thonet-chaise-longue

Eppure sarebbe bastato così poco

Coinvolgere i giovani collezionisti che in Repubblica Ceca, in Svizzera,in Austria si sono avvicinati al mondo Thonet con passione e studio, ad esempio.

O gli appassionati studiosi come Julio Vives o Peter Ellemberg che da anni continuano a studiare la materia per avere nuove notizie, foto e approfondimenti.

Sarebbe bastato leggere il nostro blog o quello di Julio stesso per trovare il primo catalogo Thonet (che qui manca!) o per scoprire modelli mai segnalati in pubblicazioni e mostre.

Oppure semplicemente soffermarsi un momento in più sul valore che si voleva portare alle persone con quello che ci si apprestava a fare.

Ma quello che è mancato davvero è il cuore: quella passione che muove gli animi e li invita a condividere l’entusiasmo e il sapere perché quando il cuore trabocca, la sua gioia contamina e pervade, rendendo il mondo un luogo migliore in cui stare.

Questo è certo. Peccato, ma me ne farò una ragione. E voi, cosa ne pensate? Avete avuto modo di leggere l’articolo o di vedere la mostra?

Dura fino al 13 aprile, Manuela ed io avevamo deciso di visitarla ma ora temo di deludermi ancora di più. Anche se Vienna vale sempre una visita. Ma questa è un’altra storia.

Vi aspettiamo come sempre nei commenti.


Ho comprato la mia prima sedia Thonet a vent’anni e oggi sono uno dei massimi esperti al mondo di legno curvato, lo stile viennese nell’arredo. Nato architetto, mi occupo di consulenza e formazione sulla storia Thonet, di expertise e curatele per vari musei europei. Sono autore di vari libri sul legno curvato, l'ultimo sulla Società Antonio Volpe, ma anche liberty e art deco. La ricerca storica è la mia grande passione.

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  1. Chiara

    17 Febbraio

    Sono una ammiratrice del vostro blog e vivo a Vienna. No, trovo ingiusto questo articolo, la mostra non é per niente un’occasione persa, al contrario, io l’ho trovata una bella occasione di vedere come l’idea di piegare il legno abbia influenzato tutto il design della sedia! Michael Thonet meritava che venisse celebrata la sua idea e non la sua fabbrica, e questa mostra celebra meglio di altre le sue grandi intuizioni. Ho visto la mostra che mi é piaciuta moltissimo. NON è una mostra su Thonet e vuole nemmeno esserlo. Il titolo in italiano della mostra avrebbe potuto essere “Legno curvato e le sue conseguenze”. Wolfgang Tillmann ha già organizzato mostre sul legno curvato/lamellare (Schichtenholz) per dare a Thonet la sua posizione nel mondo del design successivo, sottolinea l’importanza dell’idea di Thonet e non dell’impresa. A questa sono state dedicate in passato tante mostre e un piccolo, ma ben fatto angolo anche a Vienna al museo Hofmobiliendepot. La mostra é dedicata al legno curvato e a quello che succede da Thonet in poi. Le sedie sono esposte a gruppi, sia con sedie dei contemporanei alle sedie rispettive , sia con le sedie che sono seguite partendo dallo stesso design. La mostra vuole accompagnare il visitatore nel mondo del design delle sedie partendo dall’idea di Thonet di curvare il legno e ne mostra le conseguenze.
    A volte i cataloghi sono dei capolavori e volte le mostre sono davvero meglio dei loro cataloghi. È un errore giudicare una mostra dal suo catalogo. Se volevate una mostra sull’impresa Thonet allora forse si, sarete delusi. Il MAK vende il catalogo, ma anche il prezioso libro di Thillmann “SCHICHTENHOLZ” che forse é più interessante del catalogo della mostra. I cataloghi del MAK sono spesso volutamente critici e ricchi di proposte di “discorso”. Forse non vi trovate amore, ma vi troverete “Spunti di riflessione.” Il Mak vuole essere protagonista di un dialogo nel mondo del design e questa mostra è uno dei suoi esperimenti. Le aspettative sono spesso fonte di delusione e influenzano il giudizio. Anche se si dovesse rischiare una delusione Vienna vale sempre un viaggio, soprattutto adesso in questo inverno insolitamente mite. Colgo qui l’occasione per ringraziarvi di tutti i vostri articoli.

    • Giovanni Renzi

      2 Marzo

      Cara Chiara, sono contento che la mostra ti sia piaciuta e che la difendi con fervore. Conosco bene Wolfgang, che tra l’altro è il padrino del mio ultimo figlio, e la sua passione su Thonet, ma credo che la sua visione del fenomeno sia limitata solo ad alcuni fattori conosciuti, studiati e trattati da molti volumi. A mio avviso l’errore commesso è quello di disgiungere l’idea iniziale di Michael Thonet da quello che è successo dopo la metà dell’800 quando l’idea è stata sviluppata (con grande merito) dai figli. Anche oggi quando si parla di start up si riconosce all’idea iniziale un valore del solo 5% mentre il restante è la somma della “messa a terra” di quell’idea, dell’organizzazione, del team. Raccontare il percorso di questi 200 anni per similitudine di oggetti o per derivazione da essi, senza consdierare la visione di insieme che va ben oltre, è a mio avviso una occasione persa. Un modo vecchio e superato da anni, magari anche romantico, glorificando la figura di Michael Thonet, di raccontare la storia di questo stile. Per questo per me è una grande delusione. La mostra all’Hofmobiliendepot del 2003 e curata da Eva Ottilinger non era molto diversa. Così come quella al Vitra Museum intorno al 1995. Mostre che ho avuto il piacere di visitare. Il messaggio di queste mostre (che ben riflettevano) era riferito a dove erano arrivati gli studi su Thonet, questa del Mak no! Si poteva e si doveva fare di meglio. Per non dire dei tanti errori presenti nel catalogo (io ne ho elencati alcuni, Julio Vives altri sul suo blog) ma ci sarebbe da scrivere ancora. Detto questo Vienna val bene una visita non solo per questa mostra. Continui a seguirci e grazie per i complimenti e per questo commento. A presto

  2. Ciao a tutti: credo che il problema principale del catalogo MAK e della mostra sia che il presente – i bisogni commerciali – contamina completamente il passato, la storia, che diventa irriconoscibile. Inoltre, la conoscenza che abbiamo oggi sui mobili curvato di Vienna è già qualcosa di collettivo e che supera ogni individualità. Condivido le preoccupazioni per la mancanza di una certa sensibilità nel trattamento della materia. In un’altra occasione lo sarà. I migliori saluti. Julio.

    • Giovanni Renzi

      2 Marzo

      Caro Julio sono d’accordo con te. Speriamo nella prossima occasione. Saluti giovanni

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